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maggio sul monte Carameto

Son qui da sei anni. Eppure mi accorgo solo ora che fino ad adesso le belle passeggiate per le montagne sono sempre state relegate solo al periodo estivo, quando è tutto brullo e seccherello. Non mi spiego bene come mai sia successo ciò, anche se sospetto come due anni di pandemia ci abbiano messo lo zampino. Son quelle cose che accadono, senza che ci sia un vero perché.

Fatto sta che invece quest’anno ho iniziato a fare qualche passeggiata primaverile. E che sorpresa! I prati che in estate sono un po’ secchi e stenterelli, in primavera sono un tripudio di fioriture! Per non parlare del sottobosco.  Mi manca ancora una bella salita a febbraio-marzo, che potrebbe riservare ancora belle sorprese. La conserverò per l’anno venturo, per assumere il troppo bello a piccole dosi. Mi aspetto per allora bucaneve, anemoni, ellebori e primule.

Appena ho un minuto scriverò qualcosa anche sulla Rocca dei Casali, ma sento troppo l’urgenza di scrivere invece qui dell’ultima passeggiata sul Carameto, di pochi giorni fa.

Avevo sentito racconti quasi leggendari sulle sue fioriture di maggio, ma finché non ci si arriva di persona non si realizza cosa sia vedere orchidee, orchidee e orchidee ovunque. Soprattutto per una persona moderatamente appassionata di botanica, come me.

Per stavolta ho scelto una passeggiata comoda comoda: partenza al passo del Pellizzone, sul sentiero che sale diretto in cima, nominato A9 nella guida dei sentieri di Morfasso

Già poco avanti, lasciato alle spalle il rombo dei motociclisti che salgono i tornanti da Bardi, il primo incontro: lo confesso, è la mia prima orchidea spontanea incontrata di persona.


Continuando a salire poi, mano a mano tra le varie radure, e poi sul pratone della vetta, una collezione di differenti varietà davvero notevole. Rapidamente ci si perde nel tentativo di fare qualche bella foto, stando sulla strada o entrando nel prato con un rispetto, quasi reverenziale, con la massima attenzione a non pestare nulla.






Forse qualche esperto riuscirebbe ad individuare ulteriori varietà che ad uno sguardo veloce sembrano invece uguali. Accontentiamoci di distinguerle per colore e portamento: io ne ho contate cinque. Direi sufficienti per giustificare abbondantemente i novanta minuti di salita.


Ecco poi per la verità non ci sono solo orchidee, anche se loro si mangiano la scena.



Anche le distese di aglio orsino fiorite nel sottobosco non sono poi tanto male, insieme alle altre fioriture che punteggiano i prati come trifogli e le spighe blu della ajuga e della salvia, tra le altre. E naturalmente sempre bello il paesaggio dalla cima. Al ritorno poi, ho imparato una piccola variante rispetto ai tracciati canonici, che scende dal pratone verso un bosco di vecchi faggi davvero suggestivo, con un piccolo torrente che rallegra lo spirito e qualche tronco a terra dove fermarsi a riposare, in mezzo ad un tappeto di foglie secche, come solo i boschi di faggio sanno regalare.

E qui guardo con una certa preoccupazione agli arbusti che punteggiano il prato della vetta: mi sembrano molto più numerosi e rigogliosi di qualche anno fa. Mi domando se tra qualche anno, quando non ci saranno più i cavalli a brucare l’erba estiva (perché succederà, prima o poi), il bosco si mangerà anche tutta questa meraviglia. Già ora sta succedendo, tanto che dal cippo della rete trigonometrica la vista non spazia più a 360 gradi, come certamente era un tempo. Pace amen. Chi vivrà vedrà, cosa ci possiamo fare.

Ricomincio a scendere, svoltando a sinistra, e tornato al bivio per la vetta ridiscendo mesto al passo.



Come sempre il mio piccolo almanacco per concludere.

Persone incontrate lungo il cammino: nove! Praticamente un record per una domenica mattina di maggio. Di questi tre in motocross, una gip, una mountainbike e quattro escursionisti, oltre a me. Direi ottimo!


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